Strategie trasformazionali

Le 4 regole d’oro per riscoprire la felicità

Come disse un mio maestro…la via del silenzio è la più efficace, non mancano inviti circostanziati ad elaborare delle griglie mentali che favoriscano l’accesso alla felicità. E questo quello di cui abbiamo bisogno, gestendo al meglio il nostro tempo e la nostra vita. Mi limito quindi oggi a scrivere e registrare Le quattro regole d’oro per riscoprire la felicità, pubblicate da “L’Espresso”, vol. 37, ediz. 44-51, 1991.  Sempre attuali: in parte le avevo anche descritte nel libro Relazione e comunicazione efficace, ma vale riprenderle interamente e nel dettaglio.  Sono regole da riscoprire nei momenti di cambiamento.

spirale ascendente

La spirale ascendente

Le 4 regole d’oro per riscoprire la felicità

Nel suo lavoro “La spirale ascendente” il neuroscienziato Alex Korb della UCLA individua comportamenti pratici da adottare per evitare il malessere psicologico

La narrazione delle scoperte neuroscientifiche affascina il grande pubblico mosso dalla curiosità di sapere cosa succede a tutti quei miliardi di neuroni che comunicano tra loro costantemente, ben protetti all’interno della scatola cranica. Col progredire delle conoscenze, a volte può capitare che la scienza dispensi dei consigli pratici sulle strategie da seguire nella vita di tutti i giorni.

 

I SUGGERIMENTI PRATICI DELL’ESPERTO

 

Il neuroscienziato Alex Korb della UCLA, autore del libro “The Upward Spiral” (La spirale ascendente), ha deciso di individuare alcuni suggerimenti pratici ricavati dalle conoscenze neuroscientifiche per creare una spirale ascendente verso una sempre maggior felicità nella propria vita.

 

1) TI SENTI GIÙ? DEVI PORRE A TE STESSO UNA DOMANDA

Per quanto controintuitivo possa sembrare, i sentimenti negativi possono attivare le aree cerebrali coinvolte nei cosiddetti circuiti della ricompensa e ciò spiega perché a volte indugiamo nell’autocommiserazione. Nel lungo periodo, però, conviene cambiare strategia e cercare un po’ di felicità. In che modo? Partendo con la domanda: “Per che cosa devo essere grato?” e se anche non riuscissimo a trovare risposta, chiederselo aiuta comunque. Perché la gratitudine porta a una maggior produzione dei neurotrasmettitori dopamina e serotonina.

 

2) BISOGNA DARE UN NOME PRECISO AI SENTIMENTI NEGATIVI

Stai male? Prova a dare un nome al sentimento che provi. È ansia? È tristezza? O forse rabbia? Uno studio americano ha visto che l’attivazione dell’amigdala scatenata dalla visione di espressioni facciali emotive si riduce quando viene chiesto da dare un nome alle emozioni, compito che determina così l’attivazione della corteccia prefrontale ventrolaterale. Riconoscere consapevolmente le emozioni provate aiuta a ridurne l’impatto.

 

3) NON PUNTARE AL MEGLIO, MA AL “MENO PEGGIO”

Mettere da parte il perfezionismo e capire che in alcune situazioni è comunque meglio non ambire al meglio ma optare per il meno peggio. Infatti, prendere una decisione aiuta a mettere in atto una serie di processi legati alla progettualità che possono ridurre l’ansia, farci credere di avere il controllo della situazione e quindi farci sentire letteralmente meglio.

 

4) RICORDATI CHE SEI UN ANIMALE SOCIALE

Non vivere rinchiusi, ma uscire e coltivare rapporti sociali con gli altri esseri umani è fondamentale, anche quando la voglia scarseggia. La solitudine può avere delle consegue sul nostro organismo più profonde di quelle che crediamo. A dirlo è un neuroscienziato che se ne occupa da anni, John Cacioppo del Center for Cognitive and Social Neuroscience all’Università di Chicago e co-autore di “Solitudine. L’essere umano e il bisogno dell’altro”.

Nello studio The Neuroendocrinology of Social Isolation e in due studi apparsi questa estate su Cortex e Cognitive Neuroscience lo scienziato mostrato come il cervello di chi soffre la solitudine si trova in uno stato di allerta, cioè è più pronto a rispondere rapidamente agli stimoli di natura sociali. Questo spiegherebbe anche il paradosso secondo cui spesso chi soffre la solitudine rifiuta però gli inviti ad uscire e preferisce non porre fine allo stato di isolamento alla base del malessere. Come mai? Perché – dice Cacioppo – percepirsi ai margini del perimetro sociale non è soltanto triste, ma è pericoloso e quindi il cervello è costantemente e inconsciamente all’erta contro vere o presunte minacce sociali.

Ciò aiuta a spiegare anche le conseguenze negative della solitudine [il concepirsi come INDIVIDUO ISOLATO] sull’intero organismo!

 

 

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